Ho gustato appena una gioia immensa, ignorata, che mi ha lasciato commosso e curioso.
Non penso che a volare ancora.
E' un nuovo bisogno, una nuova passione.
( Gabriele d'Annunzio after his first flight - Brescia 1909 )
Rifugio di un ingrato, opportunista, presuntuoso ed arrivista che pretende di fare ciò che vuole in una società che lo insegue per fargli fare ciò che deve.
Quando si parla di produzione spesso si pensa che basta prendere le cose e metterle insieme. E' vero fino ad un certo punto.
Per quanto riguarda un progetto di start up come è quello di Squadratlantica, nata alla fine di Marzo di quest'anno, vale a dire poco più di un paio di mesi fa - il "prendere e mettere insieme" va inteso come metodo empirico, sperimentazione pura.
Tutto deve essere cercato, scelto, acquistato, messo assieme e testato allo stesso tempo.
E’ la prima volta di tutto.
Tessuto, modelli, vestibilità, ricami, stampe, accessori, confezione, lavaggio, stiro, scatole.
Pur avendo ormai 25 anni di esperienza (…) nella produzione di abbigliamento, inevitabilmente ogni progetto è una storia a sé. A maggior ragione adesso che sono io a decidere, rischio di sbagliare senza essere salvato in extremis da qualcuno che “credimi ci sono già passato”.
Alla fine però tutto va secondo le regole: contrattempi, il tempo che scivola via, passa non si sa neanche come, persone che non legano tra loro, campioni confezionati da cani e quindi da rifare, lavaggi realizzati sul dritto ( i capi vanno sempre lavati sul rovescio ad evitare graffi ed abrasioni in lavaggio e asciugatura ) con il risultato di alzare un pelo da far paura. Niente di preoccupante.
Solite cose. O quasi. Invece di uscire a fine Maggio usciamo a fine Giugno.
Già. Ma per una Company che commercializza polo a manica corta questo dovrebbe essere preoccupante. Sbaglio o infatti ad agosto ci sono i saldi ? E a luglio… non ci sono i pre-saldi ? Magari vista la crisi quest’anno li anticipano.
Quindi, i Saldi.
Ma voi avete mai visto un opera lirica, che ne so la Turandot in saldo ? Eppure è un pezzo che l’hanno composta, e chissà quanto volte messa in scena, insomma è un po’ vecchiotta. Eppure non invecchia. O meglio invecchia ma è più una cosa che ci guarda dall’alto invece di cadere in basso. E’ come dire che si eleva con il passare del tempo. Ci sono anche dei vini, l’Amarone ?, che se non sbaglio migliorano se si ha la pazienza di lasciarli invecchiare. E il parmigiano, e certi mobili.
Lasciamoli invecchiare in pace, elevarsi verso il mito. Non esageriamo. Non pretendiamo di creare delle opere liriche indossabili o gustabili dopo averle lasciate decantare per decenni.
Però. Possiamo fare dell’abbigliamento da far vivere insieme a noi ? Possiamo pensare a qualcosa che non debba pensare che passato il santo passato il miracolo ? La smettiamo di essere pecore e di farci convincere che tutto ciò che ci passa tra le mani va bruciato, usato, gettato ? Dov’è finito il pensiero, il desiderio di poter regalare ai nostri figli una immagine, una maglia, un paio di pantaloni una sciarpa o un cappello indossati da NOI per NOI stessi, capi che in ANNI sono diventati NOI, oggetti che hanno perso il loro essere inanimati per divenire immagine nostra nei loro ricordi – mio Padre me lo ricordo con la sua polo rossa. Vogliamo mettere una cintura di cuoio fino a curvarla, fino a lasciare i segni dei nostri 75 kg ? E quando saremo vecchi dire eh, lì avevo i muscoli così.
Saldi ? ma di che diavolo stanno parlando ? Ma di che diavolo stanno farneticando….
Non sono un appassionato di Tennis. A malapena riesco a comprenderne il sistema del punteggio.
Se sabato pomeriggio ho seguito l’incontro tra Alessandra Schiavone e Na Li è stato per vedere se nel ( casuale ? ) parallelismo che l’abbigliamento ed il tennis stavano vivendo, si ritrovavano anche le stesse dinamiche che governano l’ incontro / scontro fra i due paesi nel settore dell’abbigliamento. La creatività italiana contro la potenza cinese. La qualità contro i numeri.
E le similitudini ci sono state, eccome.
Le potenti bordate di Li “pesavano” sul braccio di Francesca esattamente come la quantità di prodotto realizzato in Cina si dimostra devastante sul mercato italiano.
A detta dei commentatori, presumo esperti della scuola del tennis con gli occhi a mandorla, Li impara dagli schemi degli avversari e su questi costruisce il proprio gioco fino a sopravanzarli sul loro stesso terreno. Stessa cosa nell’abbigliamento : la Cina impara da noi e poi ci affoga in un mare di quantità clonate. Impara e riproduce, impara e riproduce. E vince.
Lì attaccava dalla sua stabile piattaforma a fondo campo, nemmeno fosse davvero in Far east mentre Francesca danzava deviando i colpi e cercando di impedire a Li di fermarsi a sparare cannonate.
Ma Potenza e quantità hanno in sé una componente di inerzia che può essere rivoltata contro lo stesso attaccante, disorientarlo e farlo cadere proprio a causa del proprio peso e slancio. Quasi fosse una sorta di contrappasso, questo è un insegnamento orientale conosciuto come Judo.
E ad un certo punto Francesca è riuscita a trovare il sistema di contrastare la potenza. E’ stato quando ha rotto gli schemi e ha cambiato gioco, mettendo in campo ciò che fa di noi Italiani dei vincenti: la Creatività. Due volèe hanno fatto davvero sbilanciare Li, che innervosita ha perso concentrazione e freddezza lasciandoci per un attimo sperare nella vittoria.
La Creatività appunto.
Cambiare gioco, impedire all’avversario di raggiungerci. Ciò che conta è la forma mentale, l’atteggiamento vincente; non la forza bruta, inutile e goffa senza il controllo.
Se Francesca alla fine ha perso è perché alla sua creatività è mancata la potenza, non quantitativa ma mentale; parlo di atteggiamento vincente, di sicurezza.
Se noi Italiani crediamo di poter vincere vinciamo. Avendo le risorse di cultura e di capacità creativa che abbiamo noi i mezzi sono solo un dettaglio. Dobbiamo saper comunicare le nostre visioni, spiegare le nostre idee e chi può farlo ci appoggerà, intuendo nei nostri progetti quel ritorno economico che oggi sembra essere garantito solamente dai grandi numeri.
Italia e Cina hanno giocato a tennis.
Anche il nostro tagliare e cucire alla fine è un gioco, un gioco che però si fa pericoloso quando coinvolge il nostro futuro, quello della nostra cultura e delle nostre capacità manifatturiere.
Certo, meglio giocare a farsi la guerra che farsela davvero ma sabato al Roland Garros son volate cannonate e qualcuno le ha prese sul serio.
Alla fine l’insegnamento, la strategia da adottare sono chiari: noi, Italiani, dobbiamo essere creativi, rompere gli schemi e cambiare spesso gioco. In questo modo impediremo a chi ci segue di raggiungerci. Dobbiamo essere sempre un passo avanti, portare la palla come dice il mio amico Stefano. E crederci.
Ovvietà, ma vederle materializzate e confermate in quei dieci magici minuti di una partita a tennis è stato illuminante.
Lo spunto per questa riflessione mi viene leggendo un articolo di Curzio Maltese, sulla sua rubrica CONTROMANO del settimanale Venerdì allegato a Repubblica. Comme d'habitude
By Paul Anka, Claude Francois, Gilles Thibault, Jacques Revaux (1967)
Je me lève Et je te bouscule
Tu n'te réveilles pas, comme d'habitude
Sur toi Je remonte le drap
J'ai peur que tu aies froid, comme d'habitude
Ma main caresse tes cheveux
Presque malgré moi, comme d'habitude
Mais toi tu me tournes le dos
Comme d'habitude
Alors, je m'habille très vite
Je sors de la chambre, comme d'habitude
Tout seul, je bois mon café
Je suis en retard, comme d'habitude
Sans bruit, je quitte la maison
Tout est gris dehors, comme d'habitude
J'ai froid, je relève mon col
Comme d'habitude
Comme d'habitude, toute la journée
Je vais jouer a faire semblant
Comme d'habitude je vais sourire
Comme d'habitude je vais même rire
Comme d'habitude enfin je vais vivre
Comme d'habitude
Et puis, le jour s'en ira
Moi je reviendrai, comme d'habitude
Toi, tu seras sortie, pas encore rentrée
Comme d'habitude
Tout seul, j'irai me coucher
Dans ce grand lit froid, comme d'habitude
Mes larmes, je les cacherai
Comme d'habitude
Mais comme d'habitude, même la nuit
Je vais jouer a faire semblant
Comme d'habitude, tu rentreras
Comme d'habitude, je t'attendrai
Comme d'habitude, tu me souriras
Comme d'habitude
Comme d'habitude, tu te déshabilleras
Oui comme d'habitude, tu te coucheras
Oui comme d'habitude, on s'embrassera
Comme d'habitude
Comme d'habitude, on fera semblant
Comme d'habitude, on fera l'amour
Oui comme d'habitude, on fera semblant
Comme d'habitude
§
My Way
Frank Sinatra (1969)
And now, the end is near
And so I face the final curtain
My friend, I'll say it clear
I'll state my case, of which I'm certain
I've lived a life that's full
I've traveled each and ev'ry highway
But more, much more than this
I did it my way
Regrets, I've had a few
But then again, too few to mention
I did what I had to do
And saw it through without exemption
I planned each charted course
Each careful step along the byway
But more, much more than this
I did it my way
Yes, there were times, I'm sure you knew
When I bit off more than I could chew
But through it all, when there was doubt
I ate it up and spit it out
I faced it all and I stood tall
And did it my way
I've loved, I've laughed and cried
I've had my fill; my share of losing
And now, as tears subside
I find it all so amusing
To think I did all that
And may I say, not in a shy way
"No, oh no not me
I did it my way"
For what is a man, what has he got?
If not himself, then he has naught
To say the things he truly feels
And not the words of one who kneels
The record shows I took the blows
And did it my way!
§
E ora la fine è vicina
E quindi affronto l'ultimo sipario
Amico mio, lo dirò chiaramente
Ti dico qual è la mia situazione, della quale sono certo
Ho vissuto una vita piena
Ho viaggiato su tutte le strade
Ma più. Molto più di questo
L'ho fatto alla mia maniera
Rimpianti, ne ho avuti qualcuno
Ma ancora, troppo pochi per citarli
Ho fatto quello che dovevo fare
Ho visto tutto senza risparmiarmi nulla
Ho programmato ogni percorso
Ogni passo attento lungo la strada
Ma più, molto più di questo
L'ho fatto alla mia maniera
Sì, ci sono state volte, sono sicuro lo hai saputo
Ho ingoiato più di quello che potessi masticare
Ma attraverso tutto questo, quando c'era un dubbio
Ho mangiato e poi sputato
Ho affrontato tutto e sono rimasto in piedi
L'ho fatto alla mia maniera
Ho amato, ho riso e pianto
Ho avuto le mie soddisfazioni, la mia dose di sconfitte
E allora, mentre le lacrime si fermano,
Trovo tutto molto divertente
A pensare che ho fatto tutto questo;
E se posso dirlo - non sotto tono
"No, oh non io
L'ho fatto alla mia maniera"
Cos'è un uomo, che cos'ha?
Se non se stesso, allora non ha niente
Per dire le cose che davvero sente
E non le parole di uno che si inginocchia
La storia mostra che le ho prese
E l'ho fatto alla mia maniera
Ecco fatto. E’ successo.
Un venerdì sera, aspettando che finalmente arrivassero i mobili per lo studio e gironzolando per la rete ho scoperto per caso che fine sta facendo quanto costruito con haenG. Una brutta fine.
Male. Nel senso che il sogno no logo è stato ricondotto da qualche mente pratica alle buone ragioni della legge del mercato. Una immagine pubblicizzata da un negozio mi ha fatto ritrovare il mio caro amico haenG appeso , haenged, impiccato, al suo laccio e marchiato come un animale.
Non per niente si dice branding the cow.
E’ strano vedere il frutto della propria passione preso e violentato in questo modo. D’altro canto la colpa è anche mia se glielo lascio fare. Ho sbagliato e questo è il risultato. Più che rabbia provo dispiacere, dispiacere non tanto per il fallimento di un progetto ma in quanto per il (mio) fallimento nei rapporti umani. Le stesse persone con le quali avevo sognato, creduto e costruito haenG ora non solo ne hanno tradito lo spirito ma lo fanno doppiamente, in quanto oltre ad esibirne in maniera ingenua e goffa ( come se si potesse commercializzare tranquillamente un brand che si chiama “…iesel” oppure “…. –STAR” ) il nome originale storpiato, hanno addirittura pensato di recuperare il tempo ed il denaro, secondo loro mal impiegati, affibbiandogli non solo un nome ma anche un cognome.
Cambio totale di rotta: invece di no logo, doppio logo.
Qualcuno dice che l’esperienza si fa solo commettendo degli errori. Non credo che la questione sia da intendere così netta, perché altrimenti questo vorrebbe dire commettere solo errori; probabilmente la lettura corretta è “commettendo di volta in volta errori diversi”.
Sicuramente questa è una esperienza che ho maturato commettendo un certo tipo di errore. L’errore è stato quello di non aver saputo o voluto cogliere la verità dei fatti, di credere, perché così mi faceva comodo pensare, che le persone potessero cambiare e diventare - a dispetto della età avanzata – diverse. E solo per il fatto che nella loro vita arrivavo io. E invece si sa come si dice: il lupo perde il pelo ma non il vizio.
E infatti, puntuale, è arrivata la conferma.
Un errore che commetto sempre quello di credere che io posso cambiare il mondo, le cose e le persone. Questa è una forma molto grave di egocentrismo. Ma me ne sto rendendo conto e questo invece è un buon segno, un passo avanti.
Gli errori degli altri ? Pretendere di saper fare ciò che fare non sono in grado di fare. Semplicemente si copriranno di ridicolo. Pensare di cancellare con un semplice colpo di spugna il passato e di poter al suo posto mettere qualcosa o qualcuno che come unico valore ha quello di costare di meno è l’errore numero uno di molti imprenditori. Perseverare in questi errori è il loro errore numero due.
A ognuno il suo destino, certo, ma non prima di aver messo come si dice “ i puntini sulle i” e quindi, a beneficio di chi ama le storie e le avventure e magari vuole capire come stanno realmente le cose tutto verrà chiarito, riportato e contabilizzato qui.
Conto di farlo almeno una volta alla settimana o perlomeno quando e finchè ce ne sarà bisogno; ora torno al mio futuro, ai miei mobili, al nuovo mondo che mi sta circondando e ne sono sicuro, ai miei futuri, nuovi e sconosciuti errori…